Quella volta che Clint Eastwood parlò a una sedia

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Vi ricordate quella volta quando il grandissimo Clint Eastwood parlò a una sedia vuota, durante una convention del Partito Repubblicano, a Tampa, nel lontano 2012? Se avete dimenticato tutto o non avete idea di cosa io stia parlando, non preoccupatevi! Parto subito con lo spiegone del giorno.  

L’intervento del famosissimo attore era stato chiesto espressamente dall’allora candidato alla presidenza Usa, Mitt Romney, entusiasta dell’appoggio di Clint alla campagna elettorale Repubblicana. Però, nessuno poteva mai immaginare quello che sarebbe successo su quel palco. Ho per caso parlato di intervento? oh, pardon! Intervista. Sì, perché alla fine l’intervento si è trasformato in una vera e propria intervista a un presidente Obama immaginario.

Un discorso graffiante, pungente, a braccio, in cui l’attore per all’incirca 12 minuti ha scambiato battute con una sedia vuota, fingendo che vi fosse seduto l’allora presidente in carica Barack Obama (attaccandolo pesantemente).

“Hai fatto abbastanza, ma non sei abbastanza forte, ora è tempo che qualcun altro si faccia avanti e risolva i problemi”

Clint Eastwood rivolto al Barack Obama immaginario

Il siparietto ha scatenato il popolo del web: in quei pochi minuti si è registrato un picco di oltre 57 mila tweet che contenevano il nome Clint Eastwood. Una persona anonima ha creato un account intitolato al presidente invisibileInvisibleObama” che, in poche ore, ha superato 50 mila follower. Attori e persone dello spettacolo hanno contribuito al trend, pubblicando foto di loro stessi in situazioni comiche con una sedia vuota.

Lo sketch non ha in realtà entusiasmato tantissimo gli esperti: la stampa ha criticato la scenetta, ritenendola troppo improvvisata e poco incisiva, e ha ritenuto la performance di Clint “opaca e sconclusionata”. Gli elettori Repubblicani (eccetto i presenti in platea quella sera) non hanno gradito le battute sulla ritirata USA dall’Afghanistan e sulla questione Guantànamo.

E Barack Obama? La risposta di Obama non si è fatta attendere ed è arrivata con tweet a dir poco eccezionale.

Il tweet di risposta di Obama con una foto di sé stesso seduto su una sedia, al lavoro, con scritto: “questa sedia è occupata”

Beh… che dire!? Game, set e match per l’allora presidente Usa. Non dobbiamo dimenticarci, però, il grande lavoro del suo staff di comunicazione che in questo caso ha saputo formulare una risposta straordinaria e rimettere in riga gli avversari.

Lo staff di un candidato alle elezioni: da chi è composto?

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Con il talento si vincono le partite. Ma è con il lavoro di squadra e con l’intelligenza che si vincono i campionati.

Michael Jordan

Da un po’ di giorni a questa parte, dopo la coinvolgente corsa per il Referendum sul “taglio dei parlamentari”, il clima elettorale si è calmato. Si è calmato del tutto? Ovviamente no. Vivendo ormai in campagna elettorale permanente dobbiamo sempre aspettarci la dichiarazione esplosiva del giorno o il tweet tagliente del politico di turno.

Ma bando alle ciance! Andiamo a trattare, oggi, un argomento non tanto conosciuto da coloro che non frequentano abitualmente il “dietro le quinte” della campagna elettorale: la composizione dello staff di un candidato alle elezioni. Da chi dovrebbe esser composto? Chi dovrebbe lavorare all’ombra del candidato? Scopriamolo insieme.

Il Consulente Politico

Il Consulente Politico è l’esperto di comunicazione e marketing politico che stabilisce, insieme al candidato e allo staff, la strategia da seguire. Ha il compito di curare l’immagine pubblica del candidato e al contempo di studiare i messaggi. Spesso si occupa pure dell’agenda del candidato e del budget della campagna.

Il Portavoce

Il Portavoce è colui che opera a stretto contatto con i giornalisti. Si occupa dei comunicati stampa, delle note politiche e delle lettere, nonché degli interventi e delle dichiarazioni alla stampa.

Il Social Media Manager

Il Social Media Manager sviluppa la strategia sui social e ha il compito di costruire, gestire e monitorare la reputazione del candidato nel mondo social.

Graphic designer

Layout, grafiche accattivanti, immagini convincenti… chi si occupa di tutto questo? Chiaramente il Graphic designer.

Ghostwriter – Content Writer

Il Ghostwriter è la figura che si occupa della stesura dei discorsi, degli interventi… e anche della scrittura di interi libri per il candidato. Il Content Writer è, invece, il professionista che si occupa dei contenuti per il blog.

Fundraiser

Il Fundraiser è colui che, attraverso l’utilizzo di tecniche professionali, cura le attività di raccolta fondi per finanziare la campagna elettorale.

In conclusione, vediamo i tre errori da non fare in campagna elettorale.

Candidato “faccio tutto io”

L’errore comune, per un candidato, è quello di credere di poter fare tutto da solo senza l’aiuto degli esperti. Non è possibile! Questa scelta porta solo a due conclusioni:

  • disastrosa sconfitta;
  • esaurimento nervoso.

Affidare lavori al “cugino bravo”

Secondo voi, il “cugino bravo” o “l’amico che fa le cose gratis” ha davvero le competenze per poter sostituire una persona esperta che ha studiato e che fa da anni uno dei lavori sopraccitati? Ovviamente no.

Fattore tempo

Il tempo è tutto nella vita, ed è anche importante in campagna elettorale. Ridursi all’ultimo momento per la scelta di un candidato e per l’organizzazione di una campagna elettorale aumenta le possibilità di portare a casa un insuccesso.

Referendum 2020: le ragioni del “No” al “taglio dei parlamentari”

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“Nell’intento di garantire la sicurezza e una durevole stabilità, la Repubblica verrà riorganizzata, trasformandosi nel primo Impero Galattico. Per una società più salda e più sicura!”

Intervento al Senato Galattico del Cancelliere Palpatine. Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith.

Una riorganizzazione totale quella che impose il Cancelliere Palpatine alla debole Repubblica Galattica. Una riorganizzazione che ha cambiato, per lungo tempo, le sorti della famosissima “Galassia lontana lontana” e che ancora oggi tiene in apprensione gli appassionati di tutto il mondo.

Nei giorni 20 e 21 settembre 2020 avrà luogo il tanto agognato Referendum sul “taglio dei parlamentari”. Come cittadini non avremo la possibilità di scegliere tra Repubblica o Impero (ci mancherebbe!) ma avremo il delicatissimo compito di scegliere se confermare o ridurre il numero dei nostri rappresentanti in Parlamento. Più precisamente, se dovesse vincere il “Sì” la Camera dei Deputati passerebbe da 630 a 400 Deputati mentre il Senato passerebbe da 315 a 200 Senatori. Insomma, è una decisione che non va presa alla leggera!

Risparmiare tante risorse? Rendere più efficiente il Parlamento? Migliorare la qualità dei politici? Vediamo di ribattere, punto su punto, alle ragioni “cavalcate” dalle forze politiche promotrici del taglio dei parlamentari.

Le risorse risparmiate dal taglio dei parlamentari sono esigue

Le forze che sostengono il “Sì” dichiarano che il taglio del numero dei parlamentari porterebbe a un risparmio, per le casse dello Stato, di circa 100 milioni di euro l’anno. Peccato che l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, gestito dall’economista Carlo Cottarelli, abbia fatto un calcolo più accurato e preciso. Il calcolo formulato da suddetto Osservatorio non include i contributi versati dai Parlamentari e stima, quindi, il risparmio annuale in circa 57 milioni di euro. Dividete la cifra risparmiata per il numero dei cittadini italiani e otterrete 0,95 centesimi l’anno. Vogliamo davvero tagliare la nostra rappresentanza per un caffè risparmiato all’anno?

Con il taglio dei parlamentari molti territori rimarrebbero privi di rappresentanza

Con il taglio, le Regioni più piccole porterebbero in Parlamento un minor numero di rappresentanti e molti territori diventerebbero non rappresentati a sufficienza rispetto ad altre Regioni. Prendiamo ad esempio la Sicilia: con la vittoria del “Sì” i parlamentari eletti sull’isola passerebbero da 77 a 48, cioè un seggio ogni 160 mila abitanti circa. Pensiamo davvero che una persona sola possa sobbarcarsi le problematiche di 160 mila abitanti?

Malfunzionamento delle Commissioni Parlamentari

Con un numero ridotto di parlamentari non si arriverebbe a far funzionare a dovere le Commissioni Parlamentari, soprattutto quelle del Senato. Ogni Senatore sarebbe costretto a seguire più Commissioni con il rischio di non partecipare a molte sedute e si arriverebbe, alla fine, all’accorpamento di diverse Commissioni. Perché far lavorare male il Senato?

Effetti sul meccanismo di elezione del Presidente della Repubblica

I numeri ridotti nelle Camere faranno sì che la maggioranza di turno si scelga, serenamente e senza dialogo, il Presidente della Repubblica quando, al contrario, la Costituzione vuole che il Presidente della Repubblica sia espressione di tutti. Non va sottovalutato, inoltre, il nuovo peso che acquisiranno con la vittoria del “Sì” i Delegati Regionali che si ritroveranno, in seduta comune, a fare la differenza.

Con il taglio il potere passerà totalmente alle segreterie di partito

Non ci vuole un genio per capire che con meno seggi in lizza le segreterie di partito avranno tutte le carte in regola per decidere chi candidare e chi no. Sei vicino al pensiero del capo politico di turno? Benissimo, candidatura assicurata! Non condividi il pensiero del capo politico di turno? Benissimo, sei fuori! Vogliamo essere complici di questi giochetti?  

Il taglio dei parlamentari non migliorerà la qualità dei politici

Giovanni Grandi, professore associato di Filosofia Morale presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Trieste, ha usato un esempio molto interessante per confutare l’idea che il taglio dei parlamentari possa migliorare la qualità dei nostri politici:

“è come pensare che travasando dell’acqua sporca da una bottiglia più grande a una bottiglia più piccola miracolosamente la qualità del liquido migliori, mentre il vero problema è come filtrare quest’acqua, come trattenere gli agenti inquinanti e come lasciar passare i sali che sono benefici”

Il lavoro non va fatto sull’organo-Parlamento ma va eseguito in basso, cioè nei partiti e nei movimenti politici. I partiti e i movimenti politici devono ritornare a fare formazione e selezione della classe dirigente ed è questo l’unico modo (non ci sono altri modi) per poter migliorare la qualità dei nostri rappresentanti.

Siamo noi cittadini a fare la differenza

Spesso sentiamo dire al vicino di casa o all’amico frasi come “la politica fa schifo!” o “tutti i politici rubano!”. Chi afferma questo dimentica sempre una cosa: siamo noi cittadini a votare le persone che poi ci rappresentano in Parlamento. Se votiamo rappresentanti mediocri non possiamo, poi, pretendere che questi ci rappresentino bene.

Si potrebbe aprire pure il capitolo “legge elettorale” ma quello meriterebbe un articolo a sé. Ah… E la questione “Bicameralismo perfetto”? Perché non intervenire sul “Bicameralismo Perfetto”? Questa è una bella domanda.

Riferimenti:

Elezioni Usa 2020: Facebook imporrà il “silenzio elettorale”

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Mark Zuckerberg ha annunciato, con un post sulla sua pagina Facebook, che il suo social bloccherà qualsiasi avviso pubblicitario di natura politica, in USA, la settimana prima del voto (3 novembre 2020).

“Sono preoccupato perché la nostra nazione è così divisa e i risultati elettorali, che richiederanno giorni se non settimane per essere elaborati, potrebbero portare a disordini civili in tutto il paese”

Un interessante inversione di rotta visto e considerato che, nelle elezioni americane del 2016, Menlo Park ebbe un atteggiamento abbastanza ambiguo su fake news e bufale. Questa sufficienza non fece certo bene al tono del dibattito pubblico americano che venne sempre più esasperato da tormentoni virali e da una valanga di post di disinformazione.

Facebook non si limiterà solo a questo:

  • le informazioni credibili saranno poste in cima alla pagina dei feed;
  • i post che diffondono disinformazione saranno eliminati;
  • i post che diffondono informazioni errate sulle modalità di voto saranno eliminati;
  • i post che creano confusione su quando e come andare a votare saranno eliminati;
  • i post e i messaggi che scoraggiano la partecipazione al voto per il Covid-19 saranno eliminati.

Inoltre, tutti i post pubblicati per delegittimare l’esito delle elezioni, per criticare una procedura o per annunciare la vittoria di un candidato prima ancora del risultato finale, saranno segnati con una particolare etichetta che rimanderà a dati ufficiali.

Il silenzio elettorale in Italia

Il silenzio elettorale in Italia è regolato dalla legge 4 aprile 1956 n.21. In sostanza, la legge stabilisce che nel giorno in cui si vota e in quello precedente non si può fare propaganda in televisione e in radio, non si possono tenere comizi nei luoghi pubblici e non si può fare alcuna forma di propaganda elettorale entro 200 metri dai seggi. Chiaramente, i Social Network non vengono menzionati da suddetta legge (nel ’56 i social ancora non esistevano) quindi, a causa di questo gap normativo, è possibile fare campagna elettorale sui social anche nei giorni in cui la sopraccitata legge lo vieta (in molti lo ritengono, comunque, moralmente sbagliato quindi occhio, eh!).

La domanda sorge spontanea: quale sarà il comportamento di Facebook in Italia? La nuova policy varrà anche per il “Bel Paese”? Beh… staremo a vedere.

Mai sottovalutare i meme: il loro peso nella vita pubblica

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Tutti abbiamo visto almeno un meme nella nostra vita: da Di Maio abbronzato in diverse situazioni comiche fino a Salvini che risponde con un “non posso?” al giornalista Giovanni Floris. Scappa quasi sempre una piccola risata, magari una condivisione, e poi via si torna a vedere altro. Ma cosa sono realmente i meme? Che peso hanno nella vita politica? Scopriamolo insieme.

La storia dei meme

Il primo meme fa la sua apparizione nel lontano 1919 sulla rivista satirica dell’università dell’Iowa conosciuta con il nome di “Wisconsin Octopus”. Una semplice immagine di un uomo vestito di nero con accanto una sua caricatura e due frasi: “how you think look when a flashlight is taken” e “how you really look”.  Quest’immagine venne, successivamente, ripresa da altre riviste satiriche tra cui “The judge” nel 1921 (un primo approccio di viralità… ma sui giornali).

Primo meme pubblicato, nel 1919, sulla rivista satirica “Wisconsin Octopus”. A sinistra “Come credi di essere quando sei sotto i riflettori” e a destra “come sei veramente”

Spostiamoci in un periodo più recente e più precisamente sul finire degli anni ’90 (grande Giove!). Questo periodo è caratterizzato dalla diffusione degli ormai dimenticati forum: forum d’incontri, forum per chat, forum riguardanti argomenti specifici ecc. È proprio in questi forum che nasce la vera cultura memetica moderna. Però, l’esplosione vera e propria la si ha nei primi anni 2000 quando questo fenomeno di massa si diffonde su siti come 4chan, Reddit, Myspace, Tumblr e in questi siti fa la sua prima apparizione la famosissima “Pepe the Frog” (la povera Pepa è diventata, più recentemente e contro la volontà del suo creatore, un meme utilizzato dal movimento americano “Alt-Right”). E per finire arriviamo ai nostri amati Social Network, terreno fertile per immagini remixate e lanciate in pasto al pubblico.

La famosissima “Pepe the Frog”

Le caratteristiche dei meme

L’enciclopedia Traccani definisce i “meme” come:

“Singolo elemento di una cultura o di un sistema di comportamento, replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro o da uno strumento di comunicazione ed espressione a un altro”

Da suddetta definizione e dai precedenti e brevi passaggi storici comprendiamo che i meme:

  • sono aperti, progettati in maniera collaborativa e remixabili;
  • si diffondono in maniera decentralizzata e non gerarchica;
  • possono raggiungere una massa critica di utenti e propagarsi tra le piattaforme in poco tempo;
  • si basano su un modello di cultura digitale fortemente dipendente dagli usi degli utenti che, attraverso i loro contributi, aprono a nuove visioni e a nuove norme sociali spingendo per la loro circolazione [Mazzoleni-Bracciale].

Approfondiamo bene questi passaggi con i meme nella politica.

I meme e la politica

Poteva la politica non esser travolta da questo fenomeno? Chiaramente no. È ormai certo che la politica utilizzi i meme per “avvelenare” i pozzi e spostare il focus del dibattito pubblico. Come una pietra lanciata in uno stagno, il meme politico viene pubblicato da pagine “spalla” di partiti e di leader politici, rigorosamente privo di logo e riferimenti, per essere condiviso più volte fino alla perdita della sua paternità. Un grande esempio di dibattito esasperato da immagini virali lo si ha con la foto di alcuni parlamentari immortalati su un gommone, durante un trasbordo di migranti, per la famosa vicenda “Sea Watch”. La foto è stata chiaramente modificata aggiungendo al centro dell’imbarcazione una bella tavola imbandita di meravigliose leccornie. Risultato? L’immagine fake ha avuto successo, ottenendo tantissime condivisioni e attirando l’odio degli utenti sui parlamentari coinvolti.

A sinistra l’immagine falsa ampiamente diffusa online, a destra l’immagine vera

Esempio positivo di meme e politica è il popolarissimo poster “Hope” di Shepard Fairey che raffigurava l’allora Senatore Barack Obama durante le primarie e le presidenziali del 2008. Il poster è stato creato, per l’appunto, da un sostenitore del candidato ma poi è stato preso e largamente usato dallo staff di comunicazione del futuro presidente USA. Il successo dell’immagine fu totale: un’infinità di elettori americani ricondivise l’immagine di Obama o si divertì a ricondividere l’immagine modificata con altri soggetti (diffusissima fu anche l’auto-produzione dei cittadini, con l’immagine di loro stessi “obamizzata”).

I meme sono anche una cosa bella

Avete mai fatto caso che all’interno dei meme c’è sempre un elemento legato alla cultura “pop”? Un’immagine, un logo famoso, una frase, un cartone animato ecc. Questi elementi “pop” non sono casuali e sono molti importanti perché permettono, tramite il meme, l’accesso a informazioni politiche a persone che non si interessano di politica. Più precisamente, possiamo affermare che i meme sono dei veri e propri alleati per la partecipazione collettiva alla discussione pubblica, perché concedono a più persone di accedere a informazioni politiche, allargando la platea dei potenziali partecipanti anche a quelli non specificatamente interessati ai contenuti politici [Mazzoleni-Bracciale].

Tutto ciò è confortante, non trovate?

Riferimenti: